Un fiero e sinuoso dragone: la Grande Muraglia da baluardo di difesa a simbolo di identità culturale

Mao Zedong una volta disse: "Non sei un vero eroe se non sali sulla Grande Muraglia".

Con questa massima, divenuta poi celebre, intendeva sottolineare che la vera grandezza così come il successo e la piena realizzazione sono raggiungibili solamente dopo aver affrontato grandi difficoltà. Metafore a parte, nelle parole del condottiero cinese è racchiuso tutto il significato che riveste e che ha rivestito per la Cina questa imponente e maestosa opera architettonica. Annoverata tra le Sette Meraviglie del mondo e divenuta patrimonio dell’Unesco, la Grande Muraglia è un’icona assoluta, un simbolo di unificazione, separazione e attrazione allo stesso tempo. Meglio nota, in terra serica, con il nome di Wan li chang cheng, Lunga muraglia di diecimila Lì, è stata realizzata oltre 2000 anni fa e conserva ancora oggi i segni delle varie dinastie, che hanno lasciato traccia di sé e della propria grandezza sulle mura, le torri di vedetta e le fortezze. Come un fiero e sinuoso dragone la muraglia si snoda per quasi 22 mila chilometri lungo deserti, pianure e montagne, stendendosi da Hushan, a nord-est, fino a Pechino, per poi continuare fino alla Mongolia interna e il Passo di Jiayuguan nella provincia del Gansu.

Muraglia Cinese

La prima pietra per la costruzione di quest’opera ciclopica è stata posata intorno al VII secolo a.C., quando la Cina era ancora divisa in tanti piccoli stati, quindi fu realizzata con uno scopo principalmente difensivo. Fu poi con il primo imperatore della dinastia Qin e quindi con l’unificazione territoriale che le fortificazioni furono collegate tra loro, questa volta per difendersi dalle popolazioni del Nord e per proteggere la Via della Seta. La Grande muraglia nasce quindi come baluardo di difesa, per poi segnare il passaggio dalla barbarie alla civiltà, infine diventa simbolo di unione e di identità culturale. È oggi uno dei siti più visitati al mondo, per la sua bellezza, imponenza e assoluta unicità ed è quindi una tappa obbligatoria per chi si avventura alla scoperta della Cina e delle sue meraviglie. La maggior parte delle sezioni ed anche le più famose e le più belle da visitare si trovano intorno alla zona di Pechino e sono facilmente raggiungibili. La muraglia infatti non è uniforme e monotona, ma ogni sezione è diversa da un’altra, ciascuna è legata ad una dinastia, ha delle proprie caratteristiche ed una propria storia da raccontare. E di storie e leggende che aleggiano intorno a questa maestosa costruzione se ne contano a decine, nate tra mito e realtà, fascino e mistero. Gli storici infatti tramandano che la grande muraglia è stata frutto del lavoro, del sangue e del sudore del popolo, il che ha ispirato una serie di racconti divenuti poi l’emblema della muraglia, sono entrati a far parte della cultura e dell’identità nazionale, proprio come la storia che sto per raccontarvi.

Ai tempi della dinastia Qin, una giovane donna di nome Meng Jiangnü decise di aiutare un uomo di nome Fan Xiliang a sfuggire alle guardie dell’imperatore intente a reclutare forza lavoro per la costruzione della grande muraglia. I due ben presto si innamorarono e decisero di sposarsi, ma tre giorni dopo il lieto evento Fan fu catturato dalle guardie e costretto a prestare servizio nel nord della Cina. Trascorse un anno senza che Fan potesse far ritorno a casa o far giungere sue notizie, perciò la moglie decise di andare a trovarlo e di portagli degli indumenti caldi. Scalò le montagne, attraversò i fiumi e affrontò il gelido inverno, animata solo dal desiderio di riabbracciare il suo amato sposo. Ma una volta giunta ai piedi della muraglia si abbattè su di lei la tragica notizia, suo marito era morto, stroncato dalla fatica, ed era stato seppellito, insieme a molti altri, tra i mattoni e le fortificazioni, ingoiato dalla crudele muraglia.

Meng Jiangnü in preda alla disperazione pianse per tre giorni e tre notti senza sosta, quando all’improvviso udì un forte rumore proveniente dalle mura. La leggenda narra infatti che la muraglia, commossa di fronte a tanto strazio, si sgretolò, mostrando il corpo del defunto marito, a cui fu concesso un degno rito funebre. Quanto alla giovane vedova fu chiesta in sposa dall’imperatore e per sfuggire a quelle nozze e ricongiungersi nell’aldilà con il suo amato si gettò nell’oceano, vicino al Mare di Bohai. Per ricordare la vicenda di Meng Jiangnü e per non dimenticare il duro lavoro e i sacrifici della popolazione, durante la dinastia Song fu costruito un tempio in suo onore, ai piedi della Grande Muraglia, nella città di Qinhuangdao, Hebei. Il tempio è ancora oggi visibile e visitabile, emblema della grandezza imperiale ma al tempo stesso simbolo del sacrificio che è alla base di tutte le grandi imprese. Ritorna ora, più chiara e sempre attuale, la frase di Mao Zedong, “non sei un vero eroe se non sali sulla Grande Muraglia”. È questo forse il più bel monito di sempre, specie per le nuove generazioni, perché cos’è l’eroismo se non andare oltre i propri limiti, i propri confini, avere il coraggio di osare e di inseguire i propri sogni. Il mantra quindi, oggi come allora, è quello di osare, rompere le barriere e lottare per le proprie idee. Godersi la vista dall’alto non avrà prezzo.

Anthea Claps

Anthea Claps

Laureata in Filologia classica presso l'Università Federico II di Napoli, ha una grande passione per l'arte, la musica e i viaggi. Animata da insaziabile curiosità, sostiene l'importanza della cultura e del "never stop training".

Lascia un commento